Tempo fa ho letto un articolo di Joshua Wayne, educatore e family coach, nonché articolista del’Huffington Post, che riassume in 5 parole il motivo per cui ogni genitore dovrebbe aver chiaro in mente che un no non può essere negoziabile:
“whatever you permit, you promote”

Perché è così difficile dire no?

In astratto siamo tutti consci dell’importanza di dire no ai nostri figli. Ma nella pratica siamo costantemente tentati di seguire la strada più facile, anziché la più giusta.

Dire no ai nostri figliPerché restare fermi sulle nostre posizioni a volte diventa così complicato? I motivi cambiano con il mutare dell’età dei nostri figli. O forse a cambiare sono gli alibi con cui cerchiamo di giustificare la nostra arrendevolezza. Talvolta non siamo capaci di affrontare la loro rabbia o la loro delusione, oppure non siamo così sicuri della reale fondatezza del nostro divieto. A volte siamo semplicemente troppo stanchi od occupati per riuscire a resistere all’insistenza delle loro richieste, e il nostro no diventa “solo questa volta”.

Se non riusciamo a dire no è perché siamo concentrati sui nostri obiettivi di breve termine, sia che si tratti di accontentare i nostri figli nell’immediato, sia che si tratti di avere un po’ di pace e tranquillità, e ci dimentichiamo che il nostro compito di educatori è quello di pensare alla loro formazione e al loro futuro, e non all’adesso.

Un no è per sempre (o quasi)

Non dobbiamo aspettarci che i nostri figli si arrendano dopo il primo no, e neppure dovremmo volerlo: i bambini imparano a cercare di imporsi ben prima di quando comincino a comprendere l’importanza della mediazione. La determinazione inoltre è un valore fondamentale che renderà più semplice la loro crescita e migliorerà loro vita adulta: si tratta di una dote che è necessario promuovere e non soffocare. Accettare la loro tenacia tuttavia è ben diverso dall’arrendersi al perseverare delle loro richieste.

Si, no, forse...I bambini (e anche gli adolescenti), hanno strumenti straordinari per frantumare le nostre sicurezze: possono esibirsi in scoppi di rabbia incontrollata o più sottilmente fare affidamento sulle nostre vulnerabilità e i nostri sensi di colpa. Generalmente impareranno rapidamente quale sia, se c’è, il modo più efficace per raggiungere i propri scopi. Eppure gli adulti siamo noi, e il controllo della situazione dovrebbe essere completamente nelle nostre mani, giusto?

Qualsiasi sia il motivo per cui inizialmente avevamo risposto alle loro richieste con un no, anche quando ripensandoci la questione non ci sembra abbastanza importante da ostinarci nel rifiuto, è fondamentale non cedere alle proteste: un no dev’essere per sempre.
Per sempre non significa per tutta la vita, significa soltanto che non dobbiamo mai tornare indietro sulle nostre decisioni. Certo, si può cambiare idea, ma liquidare una retromarcia giustificandoci con un “sai cosa? ho cambiato idea!”, non sarà di aiuto. Servirà semplicemente a chiarire che le lamentele funzionano, che “no!” non vuol dire davvero “no!”
Fare marcia indietro significherà perdere autorità, perdere credibilità, e creare una grossa confusione nei nostri figli. Se neppure noi sappiamo chiaramente cosa sia lecito e cosa no, come possiamo sperare di insegnarlo?

Dire no ai nostri figli è un dovere, e non un diritto

Dire no è un dovere semplicemente perché lo è educare i nostri figli, formarli, e aiutarli a crescere. Ed è un percorso che non può compiersi se non sappiamo dire no.

C’è un compito a cui come genitori non possiamo sottrarci, ed è quello di stabilire dei limiti. I limiti non insegneranno soltanto ai nostri figli a discernere tra ciò che è lecito e ciò che non lo è, ma svolgeranno una funzione altrettanto importante: li prepareranno ad affrontare le delusioni, a gestire le frustrazioni, e ad accettare il fatto che nella vita i premi e le gratificazioni raramente sono immediati. Tipicamente i bambini che non sono abituati alle imposizioni vogliono tutto e subito, hanno difficoltà a relazionarsi con gli altri perché non accettano le rinunce e non ammettono le colpe, e crescendo faticheranno a sviluppare la capacità di assumersi le proprie responsabilità.

Per fortuna succede raramente, ma non posso fare a meno di provare un brivido ogni volta che sento qualche mamma affermare con orgoglio “io e mia figlia siamo amiche“. Generalmente si tratta di mamme, ma se anche fossero padri, la sostanza non cambia, e il mio pensiero è lo stesso: non può saltarti in mente l’idea di percepirti come amico di tuo figlio. E non solo perché è sbagliato, lontano da qualsiasi ideale educativo, dannoso e pericoloso. Ma anche perché è impossibile. I figli non ci vedranno mai come amici. Non si confideranno con noi come farebbero con un coetaneo. Dimentichiamoci di questa idea folle e malsana e ricordiamoci che siamo genitori, e come tali dobbiamo concentrarci sui nostri doveri prima che sui nostri diritti. Non possiamo essere buoni genitori se non percepiamo il dovere di mantenere la nostra autorità ed essere coerenti. E non possiamo mantenere la nostra autorità se non siamo in grado di dire no ai nostri figli, ne’ pretendere di apparire coerenti se i nostri no significano “forse”.

C’è chi dice sì

Il mondo è bello perché è vario, e poiché l’educazione non è una scienza esatta, c’è spazio per ogni corrente di pensiero. Bea Marshall è la portavoce del modello educativo che è stato definito dai media statunitensi come “yes parenting”. Bea non si ritiene una mamma permissiva, ma determinata a favorire lo sviluppo dell’individualità dei suoi figli fondandone l’educazione sulla fiducia piuttosto che sul controllo.

Il problema dei limiti e delle regole per i yes parents si risolve semplicemente con il dialogo e il confronto, i bambini vengono incoraggiati a prendere le proprie decisioni in piena autonomia, e il compito di un genitore si risolve nel promuovere un dialogo costruttivo piuttosto che nel porre dei vincoli. Il no di un bambino vale quanto il no di un genitore… questo almeno è quanto suggerisce Bea Marshall in questo articolo.

In astratto è tutto molto bello. Ma davvero questo approccio può funzionare con un bambino in età prescolare? Davvero è possibile educare i nostri figli valorizzandone l’autonomia senza sacrificare altri valori? Davvero metterci sul loro stesso piano aiuterà la loro crescita personale? Voi che ne pensate?