Popolarità, personal branding… chi erano costoro?

Non è necessario andare indietro nel tempo fino alla preistoria, quando ancora andavo a scuola io, per tornare all’epoca in cui il Personal Branding era al massimo un termine da cercare sul vocabolario d’Inglese (rigorosamente cartaceo) e la misura della popolarità era l’ultimo dei parametri che poteva venirci in mente per descrivere le persone… Basta  fare un piccolo salto indietro, fino all’avvento del Web 2.0.

Prima di allora, l’abuso dell’aggettivo “popular” era un fenomeno circoscrivibile alla cultura americana. Sarah era “very popular”, Sara poteva essere simpatica, carina, secchiona, casinista, un cesso sesquipedale, la prima della classe, odiosa, una che se la tira ma nessuno l’avrebbe certamente definita popolare.

Il desiderio di piacere e di venire accettati è innato ed è particolarmente forte nel corso dell’adolescenza, i tempi cambiano e con loro cambia il modo in cui soddisfiamo i nostri bisogni. Così è naturale che un adolescente di oggi speri che il proprio profilo facebook sia seguito da tante persone, che le proprie foto piacciano, che i propri post vengano condivisi.

Ma il fatto che sia naturale non significa che sia giusto

Mi ero ripromessa di educare mia figlia insegnandole il principio che il valore di una persona non si misura dal successo che questa raggiunge. E tantomeno dal numero di “mi piace”e dai retweet.

Mi ero ripromessa di insegnarle che l’ultima cosa che doveva importarle era di essere o meno popolare.

E poi arrivò il personal branding.
Già, perchè il personal branding non è l’arte di essere, ma la tecnica del mostrare. E non lo dico io, lo dice, con altre parole, Wikipedia:  “A differenza di altre discipline di miglioramento personale, il personal branding suggerisce di concentrarsi oltre che sul valore anche sulle modalità di promozione

E poi ho scoperto che i Social Media and Digital Strategists presto governeranno il mondo (almeno quella parte di mondo che sa che esistono), che gli influencer regneranno sull’universo, e ho cominciato a temere che un giorno l’identità personale diventerà il surrogato di quella digitale.

e quindi adesso sono un po’ in confusione:

adesso che ca**o insegno a mia figlia?